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Genealogia: il Perigeo e la grazia silenziosa della fusion italiana

Posted on 22 Novembre 202421 Febbraio 2026 by Sabbriva

Genealogia è il terzo album del Perigeo.
Ma per me non è mai stato “il terzo”. È stato il primo incontro vero.

Quando l’ho ascoltato la prima volta non stavo cercando nulla di particolare. Eppure è come se qualcosa, dentro, si fosse riconosciuto. Non per la complessità, non per la tecnica – che pure è altissima – ma per un senso di verità quieta. Una musica che non si impone, che non chiede di essere capita. Ti lascia spazio.

Dopo Azimut e Abbiamo Tutti Un Blues Da Piangere, qualcosa cambia. Ma non è un cambiamento teorico: è un modo diverso di respirare. Sento un passo diverso: meno urgenza di dimostrare, più desiderio di essere. Il suono si avvicina al rock, sì, ma resta attraversato da quella finezza jazz che non diventa mai fredda. È caldo. Umano. Imperfetto nel modo giusto.

La fusion è più riconoscibile, più terrena. Eppure l’improvvisazione resta viva, come un pensiero che prende forma mentre lo stai ancora pensando.

Io non ho incontrato Genealogia come si incontra un disco.
L’ho incontrato come si incontra un luogo.

Mi ha dato uno spazio. Uno spazio silenzioso, dove potevo stare senza spiegarmi. Dove non dovevo essere brillante, competente, all’altezza. Solo presente.
Ogni brano sembrava sapere qualcosa di me prima ancora che io lo sapessi.

C’è il Moog che vibra sotto la pelle. Il sax che non invade, ma accarezza. La chitarra che si scoglie come acqua.
Non c’è fretta. Non c’è esibizione. C’è una malinconia dolce, mai teatrale. Una malinconia che non pesa: accompagna.

(In) Vino Veritas ha una tensione che mi attraversa lo stomaco.
Polaris pulsa, cammina, quasi scuote.
Ma quando arrivano Via Beato Angelico e Monti Pallidi, qualcosa in me si abbassa di tono. Diventa fragile. Più vera.

In quei brani sento assenze che non fanno rumore. Sento cose che ho perduto e che, in qualche modo, continuano a vivere.
È una musica che non racconta storie precise, ma suggerisce stati d’animo. Ti lascia lo spazio per metterci i tuoi.

La title track apre con una delicatezza che non chiede attenzione, la ottiene.
Grandi Spazi è il momento in cui chiudo gli occhi e parto.
Sidney’s Call non chiude davvero: lascia una porta socchiusa.

Con questo disco il Perigeo non mi ha impressionata.
Mi ha accolta.

E ancora oggi, quando lo rimetto, non sto “ascoltando un album”.
Sto tornando in un luogo in cui posso smettere di difendermi.

Un luogo dove non devo essere all’altezza di nulla.

Category: Fusion, Jazz

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Sabrina

Sabrina

Vivo in bilico tra silenzi e melodie. Il pianoforte è la mia voce più vera, quella che parla quando le parole esitano.

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