Intendiamoci: a me piace anche il pop, soprattutto quello che porta addosso il profumo della mia giovinezza. E quando fuori il cielo è basso e grigio, come oggi, è inevitabile che la mente corra a Una giornata uggiosa.
Lucio Battisti aveva quella capacità rara di trasformare l’umore del tempo in un paesaggio emotivo, e Mogol sapeva abitarlo con parole che sembravano già musica.
Eppure, lo ammetto: il mio cuore va al lato B di quel 45 giri – Con il nastro rosa.
Una canzone che sembra un biglietto lasciato sul tavolo, un messaggio scritto in fretta ma pieno di senso. Il “nastro rosa” è un’immagine che non smette di vibrare: un futuro ancora senza nome, la dolce esitazione che precede ogni inizio.
Mogol lo racconta con metafore sospese, e Battisti lo accompagna con un arrangiamento che, per l’Italia di allora, era quasi rivoluzionario: synth discreti, chitarre pulite, un groove morbido che anticipava gli anni Ottanta senza abbracciarli del tutto.
È una malinconia che non pesa. Galleggia. Ed è perfetta per una giornata come questa.
Ma quando la pioggia si fa più insistente, quando il mondo rallenta davvero, allora la bussola musicale cambia direzione. Non verso qualcosa di più alto, ma di più profondo. Ed è lì che entra in scena Explorations di Bill Evans.
Nardis – brano firmato da Miles Davis, ma diventato quasi un territorio esclusivo di Evans – è un rifugio per le giornate buie. Non è solo un tema: è un paesaggio. Evans lo apre come si apre una porta su una stanza silenziosa, lasciando che il pianoforte respiri prima ancora di parlare. I silenzi non sono vuoti: sono stanze in cui entra la luce.
Il trio con Scott LaFaro e Paul Motian è un organismo vivente. LaFaro non accompagna: danza. Le sue linee non sostengono il pianoforte, lo interrogano, lo provocano. Motian non tiene il tempo: lo suggerisce. Le sue spazzole sembrano nuvole che passano, non percussioni. Non c’è più un solista con sezione ritmica, ma tre voci che si cercano e si trovano.
Evans tocca il pianoforte come si sfiora un volto amato. I suoi voicings sono acquarelli: terze aggiunte, quinte lasciate aperte, accordi che non chiudono mai del tutto – come se la musica avesse paura di atterrare troppo bruscamente. È la stessa delicatezza che attraversa Peace Piece o la sua lettura di My Foolish Heart: una fragilità che non cede, ma illumina.
Non è un disco che ti accompagna. È un disco che ti smarrisce. Con gentilezza.
E pensare che questa registrazione ha giusto la mia età. Forse è per questo che ci capiamo così bene.
(L’immagine è di Samdani.srabon da Wikipedia, licenza CC BY-SA 4.0)
