Stanotte ripensavo a come siano proprio le cose minime a cambiare la traiettoria di una vita.
Non gli eventi solenni, non le decisioni epocali, ma una consuetudine silenziosa.
Sono cresciuta in una casa piena di libri. I libri erano ovunque, come l’aria. Ma c’era un rito tutto mio: ogni settimana mio padre tornava con un romanzo di fantascienza. Urania, Cosmo. Copertine improbabili, carta economica, mondi lontanissimi.
Non ricordo come sia nato quel rito. Forse è iniziato dopo 2001: Odissea nello spazio. Ho ancora nella mente la vertigine, il senso di immensità che mi prese allora, troppo piccola per capirlo, ma abbastanza grande da sentire che lì dentro c’era qualcosa che mi riguardava.
Non so se la mia passione per la scienza e per il calcolo numerico sia nata da quelle letture. Forse no. Forse era già lì, in attesa. Ma quei libri hanno dato forma a qualcosa che avrebbe potuto restare informe. Hanno dato coordinate a un’inquietudine.
Ho sempre amato la fantascienza “hard”. Meno l’horror, meno il fantasy. Cercavo strutture, ipotesi, architetture mentali. Ho letto e amato i grandi dell’età dell’oro: Arthur C. Clarke, Poul Anderson, Isaac Asimov, Robert A. Heinlein.
Uomini che scrivevano di futuro in un’epoca che dava per scontato che il futuro fosse maschile.
Nel cosmo di Clarke le donne quasi non esistono. In 2001 sono assistenti di volo. In Incontro con Rama la presenza femminile sembra un inserimento tecnico, un esperimento. Non c’è ostilità, ma assenza. Un universo perfettamente funzionante che può fare a meno di noi.
Asimov è più esplicito nella dicotomia: la mente razionale è maschile, l’intuizione è femminile. In “Bugiardo!” (Liar!) la dottoressa Susan Calvin si innamora del robot telepatico Herbie, ma si vendica ferocemente quanto capisce che la realtà è diversa. Una scena che, riletta oggi, mi appare meno tragica che rivelatrice: l’unica donna davvero brillante deve essere completamente destabilizzata dall’emozione.
Anderson è più ambiguo. Ogni tanto lascia spazio a donne competenti, autonome, quasi moderne. Ma raramente sono il centro gravitazionale della storia.
E poi c’era Heinlein.
Contraddittorio. Spesso irritante. A tratti quasi misogino.
Eppure era l’unico in cui, da ragazzina, riuscivo a entrare.
Il primo Heinlein – quello di Starship Troopers – costruisce un mondo quasi interamente maschile. Ma più tardi qualcosa cambia. In La Luna è una severa maestra la rivoluzione non è solo un affare di uomini.
E poi c’è Una famiglia marziana (Podkayne of Mars).
Podkayne – Poddy – racconta in prima persona. È giovane, brillante, entusiasta. Vuole diventare la prima donna pilota di astronavi per l’esplorazione profonda. Non vuole essere simbolica. Vuole solo fare.
Quando lo lessi per la prima volta avevo più o meno la sua età. Non vidi le contraddizioni. Vidi solo la possibilità.
Vidi una ragazza nata su Marte che non si sentiva fuori posto nel desiderare l’impossibile.
E io, che mi sentivo un pesce fuor d’acqua ovunque, trovai una geografia.
Solo dopo, rileggendolo, ho visto l’altra faccia. Heinlein crea donne intelligenti, sensuali, competenti – ma filtrate da uno sguardo maschile che le vuole forti senza concedere loro una piena soggettività. Poddy è libera, ma dentro un perimetro invisibile.
E alla fine paga.
Nei due finali – quello originale e quello edulcorato dall’editore – il prezzo è altissimo. Non è un romanzo femminista. È un romanzo che mostra quanto sia costoso, per una ragazza, voler essere libera.
Eppure Podkayne non fa discorsi. Non teorizza rivoluzioni: vuole semplicemente una carriera nello spazio, vuole essere ascoltata.
Vuole scegliere.
Un femminismo istintivo, non dichiarato. Una forma di dignità.
Oggi la vedo con più lucidità. Vedo la manipolazione, la struttura patriarcale, la punizione narrativa. Ma continuo a volerle bene. Perché in lei ho trovato la prima versione possibile di me stessa che guardava le stelle senza chiedere il permesso.
La fantascienza è stata spesso liquidata come evasione, letteratura minore, genere tecnico. Ma l’estraniamento cognitivo non è meno nobile dell’introspezione. Quando a usare l’allegoria sono Franz Kafka, George Orwell o Aldous Huxley, nessuno parla di letteratura di serie B.
Il problema non è mai stato lo strumento. È chi lo usa. E chi viene considerato legittimo mentre lo usa.
Io devo molto alla fantascienza.
Mi ha dato un lessico per l’altrove.
E a volte, per sopravvivere, l’altrove è l’unico posto da cui puoi cominciare.
