C’era un tempo in cui scrivere online era un gesto lento, intimo, quasi rituale. Non c’erano feed infiniti né notifiche ossessive: per tanti di noi c’era Splinder, e con lui un mondo intero che respirava tra le righe dei blog.
Splinder non era solo una piattaforma. Era una stanza personale, sì, ma anche un punto di contatto con un universo invisibile, fatto di altri blog che si leggeva e si commentava. Questa rete, questa blogosfera, era viva. Ogni post era una luce nel buio, ogni commento un filo che univa sconosciuti, curiosi, anime affini. Leggere un blog significava camminare tra sentieri nascosti, scoprire piccole comunità fatte di parole e attenzione, dove ciascuno era davvero ascoltato.
Per me, Splinder era un rifugio segreto: scrivevo di notte, con la musica che scivolava lenta tra le dita, e ogni parola era un frammento di anima che si posava su una pagina pronta ad accoglierlo. I layout colorati, i nickname inventati, i blogroll infiniti… tutto contribuiva a creare un paesaggio vivo, sospeso tra fantasia e realtà, in cui ci si poteva smarrire e ritrovare allo stesso tempo.
La magia stava anche nella lentezza. Non si correva dietro ai like o ai trend, non si misurava la propria esistenza in reazioni digitali. Si scriveva per sé stessi, per sentirsi reali, e nel farlo ci si incontrava: in un commento gentile, in una scoperta inattesa, in un blogroll che portava a un altro piccolo mondo.
Naturalmente non era tutto idillio. Anche su Splinder esistevano i flame, le incomprensioni, gli scontri. Ma erano diversi. Nascevano quasi sempre da parole scritte e lette davvero, non da slogan o reazioni impulsive. Spesso erano discussioni accese, sì, ma radicate in punti di vista, in testi, in identità che si erano esposte. Non erano tempeste algoritmiche, ma attriti umani, a volte dolorosi, a volte persino fecondi. E soprattutto avevano un inizio, uno svolgimento, talvolta persino una fine.
Oggi quel paesaggio non c’è più. La blogosfera italiana si è dissolta, e con lei quel senso di comunità intima e paziente. Ma la memoria di quel tempo rimane viva dentro di me: la sensazione di avere uno spazio che ascolta, la libertà di scrivere senza filtri, e la gioia silenziosa di scoprire altre voci che camminano accanto alla tua, invisibili ma reali.
Splinder non c’è più, ma la sua lezione resta: scrivere è esistere, trovare la propria voce è un piccolo atto di libertà, e qualche volta, anche nel silenzio del web moderno, quella blogosfera invisibile continua a respirare tra le parole che abbiamo lasciato.
