Non sapevo davvero cosa mi stesse aspettando quando ho posato la puntina sul disco. La copertina era già un piccolo mistero, ma non immaginavo che, da lì a pochi secondi, qualcosa avrebbe cambiato il modo in cui sentivo la musica – e forse anche me stessa. Le prime note mi hanno spiazzata. Bach… ma come se fosse passato attraverso un sogno. Le riconoscevo, certo, erano familiari come una voce che ti ha accompagnata da bambina, eppure sembravano provenire da un luogo che non avevo mai visitato. Un organo lanciato nello spazio, un’eco che non apparteneva più alla terra. Ho sentito un brivido salirmi lungo la schiena, uno di quelli che ti fanno capire che stai entrando in un territorio nuovo.
Mi sono avvicinata al giradischi come si fa con qualcosa di vivo, quasi temendo di interrompere l’incantesimo. Il sintetizzatore parlava una lingua che non avevo mai sentito: lucida, elettrica, ma allo stesso tempo stranamente calda, come se qualcuno avesse infilato un’emozione dentro un circuito. Era il futuro che entrava in casa mia senza chiedere permesso.
Ero confusa, sì, ma soprattutto rapita. Ogni brano mi tirava dentro un po’ di più, come se mi prendesse per mano e mi dicesse: “Guarda che puoi andare oltre. Che la musica può cambiare forma. Che anche tu puoi farlo.” A un certo punto mi sono accorta che stavo sorridendo da sola. Ho pensato che, se qualcuno era riuscito a trasformare Bach in quella cosa lì, allora forse tutto era possibile. Forse anche io potevo immaginare mondi nuovi, reinventarmi, sorprendermi.
Quando il disco è finito, la stanza sembrava la stessa, ma io no. Avevo appena scoperto che il futuro aveva un suono, e che quel suono mi aveva toccata nel profondo.
Era il 1974. E per me è stato uno di quei momenti che ti restano addosso per sempre.
Ero stupita. Nel ’74 i sintetizzatori non erano ancora entrati nella vita quotidiana. Per una ragazzina che viveva di musica, abituata ai dischi rock, ai cantautori, alla classica “di casa”, Switched-On Bach era un’apparizione. Bach c’era, ma trasformato in qualcosa che non avevo mai sentito, come se avesse trovato un nuovo corpo.
Ero affascinata. Quel disco non era solo un esperimento: era pieno di energia, di cura, di una brillantezza che sembrava voler dire “guarda cosa posso diventare”. Era come se qualcuno avesse preso un mondo antico e l’avesse immerso in una luce nuova, quasi tenera nella sua stranezza.
E sì, ero anche un po’ spaesata. Il timbro del Moog sembrava arrivare da un altro pianeta. Per me evocava il futuro, lo spazio, i computer che allora erano ancora oggetti misteriosi. Era la sensazione precisa di “non ho mai sentito niente del genere”, e dentro quella sensazione c’era un’emozione che non sapevo ancora nominare.
E anche senza conoscere la storia personale di Wendy Carlos, sentivo che dietro quel disco c’era qualcuno che stava rompendo confini, aprendo porte, dicendo al mondo: “Io sono così”. Per una ragazzina che cercava la propria voce, quella era una rivelazione.

Switched-On Bach (1968) Il primo volume è un gesto rivoluzionario nascosto dentro il rigore barocco. Carlos prende Bach – il più geometrico, il più perfetto – e lo fa passare attraverso un Moog che, all’epoca, era quasi un animale mitologico. Quello che mi colpisce non è l’effetto speciale, ma la delicatezza. La precisione. Il modo in cui ogni frase sembra respirare. Non è una caricatura elettronica: è un atto d’amore. E, da pianista, lo sento chiaramente: anche se il suono è artificiale, l’intenzione è profondamente umana.
Switched-On Bach II (1973) Il secondo volume è meno sorprendente, ma più intimo. È stato il mio primo incontro con Carlos, e forse per questo gli sono così legata. Il sintetizzatore non è più un esperimento: è una voce. Una voce che sa essere morbida, quasi affettuosa. È come se Carlos avesse imparato a parlare attraverso la macchina, e la macchina avesse imparato a risponderle.
Ecco perché il suo lavoro mi tocca così tanto: non è tecnologia, è emozione filtrata attraverso un mezzo nuovo. Non è freddo, non è distante. Ogni nota sintetica sembra un piccolo sussurro, una confessione barocca che arriva da un altro tempo ma parla direttamente al cuore.
C’è una tensione bellissima tra l’ordine – le strutture di Bach, la disciplina del Moog – e l’intimità che emerge tra le pieghe del suono. Non senti mai la macchina. Senti la persona che ha insegnato alla macchina a parlare.
Wendy Carlos Per me è una figura enorme, e non solo per la musica. Ha dato dignità al sintetizzatore. Ha influenzato colonne sonore che hanno plasmato l’immaginario di generazioni. Ha esplorato accordature, temperamenti, mondi sonori. E poi c’è la sua storia personale, che negli anni ’70 richiedeva un coraggio immenso. C’è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che abbia preso strumenti “rigidi”, circuiti, macchine, e li abbia fatti parlare con una voce così personale, così vera.
Non è solo tecnica. È trasformazione. È identità che trova il proprio suono.
Vi invito a visitare il suo sito, https://www.wendycarlos.com, deliziosamente retrò e pieno di notizie.
