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Ekseption

Give me Five

Posted on 29 Gennaio 202629 Gennaio 2026 by Sabbriva

Gli Ekseption non sono un nome che ricorre spesso nelle conversazioni di oggi. Eppure, quando li scoprii molti anni fa, mi sembrarono immediatamente diversi da tutto ciò che avevo intorno. Quel loro modo di portare la musica colta dentro il rock, senza ammiccare e senza chiedere scusa, aveva qualcosa di audace e insieme di naturale.

Five fa parte di quegli album che ho sentito davvero “miei”. Non ricordo il momento esatto in cui l’ho ascoltato per la prima volta, ma ricordo la sensazione: come entrare in una stanza che non conosci e accorgerti che, per qualche motivo, ti somiglia. Da allora non l’ho più lasciato. Lo riascolto ancora oggi con lo stesso piacere, come si torna a un luogo che continua a cambiare insieme a te. Con Rick van der Linden, con il suo pianoforte e i suoi organi, e Rein van den Broek alla tromba e al flicorno, che sembravano aprire porte che non sapevo nemmeno esistessero.

Five è il quinto LP della band, ed è per me il loro lavoro migliore. È un disco godibilissimo dall’inizio alla fine, ma contiene tre perle, così diverse fra loro da sembrare tre modi distinti di abitare la musica.

Le prime due sono due brani molto lunghi, quasi dieci minuti ciascuno, e questa durata non è un vezzo: è lo spazio necessario perché la loro architettura si dispieghi davvero.

For Example / For Sure è la parte del disco che mi ha sempre messo un po’ in soggezione.
È costruita, precisa, quasi severa. Ti chiede di starle dietro, di seguirne i passaggi, di non distrarti. È il brano che mi ha insegnato che la bellezza può essere anche disciplina, progetto, architettura. Col tempo ho imparato ad apprezzarne la solidità, quella chiarezza che non cerca di emozionare, ma di mostrare come si regge un’idea.

E poi c’è Midbar Session, che per me è sempre stata una specie di paesaggio interiore.
Un brano che non vive di melodia, ma di spazio. Di ripetizione, di respiro, di movimento lento. I fiati, asciutti e senza retorica, creano un clima quasi rituale. Ogni volta che lo riascolto mi sembra di attraversare un luogo che conosco bene, ma che non finisco mai di capire del tutto. Un deserto, sì, ma non ostile: uno spazio in cui restare, più che da cui uscire.

Poi arriva My Son, il mio preferito. E lì tutto si scioglie.
Non è un brano che vuole stupire. È un brano che vuole restare. La melodia, sostenuta dal flicorno, ha una dolcezza che non è mai zuccherosa. È una voce che non parla forte, ma che arriva comunque. Ogni volta che lo ascolto mi sembra di sentire qualcosa che si avvicina, che si siede accanto. My Son non pretende nulla: ascolta, accoglie, si lascia toccare. È il punto in cui il disco smette di mostrarsi e comincia a confidarsi.

In Five convivono mente, cuore e corpo.
Forse è per questo che continua a essere un disco che porto con me: perché non sceglie una sola strada, non si chiude in un solo modo di sentire. Contiene la cattedrale e la stanza illuminata. L’architettura e la carezza. Il pensiero e il respiro.

È un album che ho amato quando è entrato nella mia vita, e che continuo ad amare ogni volta che ci ritorno.
Un album che non finisce quando smette di suonare.

Non ho trovato in rete un video realmente live tratto da Five, ma questa esecuzione di Toccata, che è nell’album successivo, Trinity, è un valido sostituto.

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Sabrina

Sabrina

Vivo in bilico tra silenzi e melodie. Il pianoforte è la mia voce più vera, quella che parla quando le parole esitano.

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