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Arrival

Posted on 18 Gennaio 202618 Gennaio 2026 by Sabbriva
Negli ultimi giorni Arrival è ricomparso sulle piattaforme, e rivederlo mi ha riportata dentro quella storia con la stessa intensità della prima volta.
È un film che parte da un presupposto semplice – dodici astronavi atterrano sulla Terra e una linguista, Louise Banks, viene chiamata a comunicare con gli esseri che le abitano – ma ciò che racconta davvero è un incontro con il tempo, con la memoria, con il modo in cui scegliamo di vivere sapendo già ciò che perderemo.
E da qui nasce tutto quello che ho sentito guardandolo di nuovo.
(Per inciso: vale davvero la pena leggere anche il racconto di Ted Chiang da cui è tratto. È più asciutto, più tagliente, e apre altre fessure di senso.)
 
Mi ha toccato in un modo difficile da spiegare. È come se mi avesse lasciato addosso una malinconia lieve, che non fa male ma resta lì, come una stanza in cui si entra in punta di piedi. Non chiede di essere risolta: vuole solo essere abitata. Non è la tristezza del finale, è quella consapevolezza sottile che ogni amore porta già con sé la sua ombra, e che questo non lo rende meno necessario, meno vero.
 
Il tempo “non lineare” non l’ho vissuto come un concetto da capire, ma come qualcosa che riconosco: la sensazione che passato e presente si tocchino, che un’emozione possa attraversare più momenti insieme. L’idea che si possa scegliere sapendo già il dolore, e scegliere comunque. Quella parte mi ha sfiorata in un punto che di solito non mostro a nessuno.
 
In Louise mi sono ritrovata pienamente. Non come eroina, ma come presenza sensibile, quasi nuda. Una donna che non si protegge, che lascia entrare tutto. Fragile, lucida, aperta fino a farsi attraversare. Quel modo di stare al mondo che io guardo sempre con un misto di tenerezza e desiderio.
 
E poi il linguaggio. Quella resa dolce e radicale: cambiare il proprio modo di pensare per poter davvero incontrare l’altro. Come se l’intimità vera chiedesse sempre una piccola metamorfosi, un cedimento, un lasciarsi toccare nella struttura.
 
Nel finale di Arrival, quando le astronavi si allontanano, non c’è liberazione. C’è un silenzio che si ritira.
Mi ha ricordato A.C.Clarke: gli Overlords che se ne vanno, gli dèi che smettono di parlare, le presenze cosmiche che chiudono la porta senza fare rumore. Rama che passa oltre senza guardarci. La Sentinella che non spiega, ma lascia un’eco.
 
L’umanità resta lì, un po’ più adulta, un po’ più sola.
 
E forse – lo dico piano – è per questo che Arrival non finisce davvero quando iniziano i titoli. Perché il vero finale è una domanda che rimane sospesa:
adesso che sai, come fai a tornare indietro?
È un film che continua a vivere dentro, anche quando lo schermo è già nero.
 

L’immagine è una citazione per commento critico, rispettoso dei diritti dei detentori del copyright, Paramount picture.

Category: Cinema

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Sabrina

Sabrina

Vivo in bilico tra silenzi e melodie. Il pianoforte è la mia voce più vera, quella che parla quando le parole esitano.

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