
Ci penso spesso.
Non come si pensa a un’idea astratta, ma come si pensa a qualcosa che riguarda il proprio equilibrio interiore.
In questi giorni, mentre il mondo sembra tornare a parlare il linguaggio delle armi, mi sorprendo a chiedermi dove si nasconda la parte migliore di noi. Dove si rifugi quando tutto appare più duro, più spigoloso, più disumano.
Sono una persona scettica. La mia malinconia è una compagna lucida: non mi lascia credere troppo facilmente.
Eppure continuo a cercare segni. Piccoli, silenziosi segni di resistenza.
Uno di questi è I’ll Fix You dei Coldplay.
Non l’ho mai sentita come la promessa di “aggiustare” qualcuno – nessuno può farlo davvero. La sento come qualcosa di più semplice e più grande: io resto. Sarò lì per te, anche quando sei fragile. Anche quando lo sono io. Anche quando il mondo sembra incrinarsi.
La associo inevitabilmente a La cura di Franco Battiato, che per me rimane una delle dichiarazioni più alte di dedizione che la musica abbia saputo esprimere. Non un amore che possiede, ma un amore che protegge la vulnerabilità dell’altro.
E poi c’è la versione dei Naturally 7. Solo voci. Solo respiro.
Ogni volta che l’ascolto sento qualcosa sciogliersi dentro. Mi è capitato, in questi giorni, di riascoltarla quasi per bisogno – come si torna in un luogo sicuro. E sì, spesso mi ritrovo con le lacrime agli occhi.
Nel video, i ricongiungimenti tra militari e famiglie mi tolgono il fiato. Non per ciò che rappresentano all’esterno, ma per quell’istante sospeso in cui due persone si stringono come se il tempo potesse fermarsi. In quell’abbraccio c’è paura, sollievo, fragilità. C’è la misura esatta di ciò che conta.
Ed è lì che avverto il contrasto.
Da una parte la capacità umana di ferire, di imporsi, di distruggere.
Dall’altra la capacità di attendere, di proteggere, di restare.
Forse ciò che mi commuove non è la promessa di salvare qualcuno, ma la promessa di non voltarsi dall’altra parte. Di non smettere di sentire.
Scrivo questo anche per ricordarlo a me stessa. Per non lasciare che il cinismo diventi più forte della mia capacità di emozionarmi. Per non abituarmi al rumore.
Io non so se il mondo diventerà migliore, la storia di questi mesi sembra smentire questa tesi.
Ma so che ogni gesto di cura è una forma di resistenza silenziosa. Una forza che non grida, ma tiene insieme ciò che rischia di spezzarsi.
La mia speranza non è una fiamma alta. È una brace.
Non illumina il cielo, ma scalda le mani.
Ed è lì che scelgo di restare.
Dalla parte di chi cura.
Nonostante tutto.
La foto è del Zelt Musik Festival, licenza CC BY-SA 4.0, da wikipedia.
