Gli strani intrecci della mente, si sa, seguono rotte imprevedibili. Bastano poche note o il richiamo di un’armonia per tracciare un ponte ideale tra mondi musicali apparentemente distanti. È quello che mi è successo scrivendo di Sicily, e ripensando all’incontro tra Pino Daniele e Chick Corea, il pensiero è scivolato naturalmente verso Eumir Deodato.
L’associazione non è casuale: Pino e Deodato si stimavano molto, hanno condiviso il palco in diverse occasioni e si è parlato a lungo della possibilità di incidere un album insieme. Sarebbe stato un incontro straordinario tra il Mediterraneo di Pino e il Brasile di Deodato, uniti dal jazz, dalla fusion e da quella curiosità musicale che entrambi avevano nel sangue. Purtroppo la morte di Pino ha lasciato anche questo progetto nel cassetto dei sogni.
Per me, però, Deodato ha un altro sapore: mi riporta alle vacanze estive dei primi anni Settanta, quando una delle destinazioni preferite della mia famiglia era la città di Rimini. Ero una ragazzina decisamente timida, molto più di quanto non lo sia ancora oggi, ‘chiusa’ e decisamente imbranata, ma già completamente persa nella musica. Era una passione che occupava gran parte del mio tempo e dei miei pensieri.
Rimini
E per me Rimini, più che il mare (con cui noi montanari abbiamo spesso un rapporto di amore-odio), era Dimar: tre piani (se la memoria non mi tradisce) di dischi di musica di tutti i generi.
Chi ha qualche anno sulle spalle sicuramente sa già di cosa sto parlando, ma per i più giovani vale la pena spendere due parole. Oggi basta aprire Spotify, Qobuz o YouTube e nel giro di pochi secondi si può ascoltare praticamente qualsiasi cosa. Ma all’epoca non funzionava così: nella cittadina in cui vivevo arrivavano soprattutto i dischi del momento, quelli che passavano in radio. Per me che avevo già gusti un po’ strani per la mia età e cercavo jazz, fusion, progressive e tutta quella musica che difficilmente trovava spazio nei negozi più piccoli, trovare i dischi giusti era un calvario.
In quegli anni la mia geografia musicale aveva due punti cardinali: Uno era Carù, a Gallarate, l’altro era proprio Dimar, a Rimini. Molto più che semplici negozi di dischi, erano veri e propri luoghi di scoperta. E mentre da Carù compravi quei pochi LP che potevi permetterti con la paghetta settimanale, ma completamente alla cieca, ricordo ancora il piacere di entrare da Dimar dopo una mattinata in spiaggia. Tre piani pieni di musica, scaffali da esplorare lentamente e, soprattutto, con la possibilità di ascoltarli. Oggi sembra quasi preistoria, ma allora poter mettere un disco sul piatto prima di comprarlo era un piccolo e raro privilegio. Mi infilavo le cuffie e spariva tutto il resto: il rumore della strada, il mare, la confusione delle vacanze.
C’ero soltanto io e la musica.
Era un modo completamente diverso di scegliere un disco. Normalmente dovevi affidarti all’intuito, al look di una copertina, al nome di un musicista, casomai letto tra i crediti di un altro album, o ad una recensione letta su una rivista. Ogni acquisto era una piccola scommessa e, proprio per questo, quando si faceva una scoperta la soddisfazione era enorme. In quel luogo speciale potevi ascoltare.
Deodato
A quelle estati associo scoperte per me di rilevo, e fu proprio in una di quelle estati che incontrai Prelude di Eumir Deodato.
Col senno di poi è più che probabile che l’avrei potuto acquistare anche nella mia città, visto alla fine è diventato per certi versi mainstram, ed oggi è considerato uno dei dischi simbolo della jazz-fusion degli anni Settanta, ma allora per me era semplicemente qualcosa che non avevo mai sentito prima. Deodato riusciva a prendere un tema classico come Also Sprach Zarathustra di Richard Strauss e a trasformarlo in un’esplosione di funk, jazz e ritmi brasiliani senza che nulla sembrasse fuori posto. Non avevo ancora gli strumenti per capire quanto fossero raffinati gli arrangiamenti o quanto fosse straordinaria la qualità dei musicisti che lo accompagnavano. Sapevo soltanto che quel disco mi aveva conquistata. Ed è una sensazione che non mi ha più abbandonata.
Ma nonostante le dimensioni, capitava sempre che qualcosa ti rimanesse lì, in gola.
Sempre in quegli anni mi capitò di ascoltare fugacemente alla radio un brano jazz-funk che mi colpì immediatamente: uno di quegli amori a primo ascolto. Purtroppo riuscii ad annotare fugacemente solo il nome dell’esecutore, di cui peraltro non ero nemmeno certa: Cabildo’s Three.
Da quel momento iniziò una piccola caccia al tesoro. Lo cercai da Carù. Lo cercai da Dimar. Anche loro provarono a rintracciarlo attraverso i loro cataloghi, ma sembrava che quel gruppo non fosse mai esistito. Alla fine mi convinsi di aver capito male il nome, ma non mi diedi mai per vinta. Ogni tanto mi ritornava alla mente quel brano e pensavo: riprova, forse questa volta sarai più fortunata.
Caccia al tesoro
Ci ho messo quarant’anni, ma alla fine la mia tenacia è stata ripagata: i Cabildo’s Three non sono mai stati un parto della mia fantasia, ma una formazione reale (anche se decisamente sconosciuta), guidata da Johnny Cabildo (pseudonimo di Giorgio Sabelli), che dopo il primo lavoro – Yuxtaposición – aveva pubblicato altri due dischi come ‘The Cabildos’. Gli originali degli anni ’70 pare siano introvabili, ma sono stati ristampati alla fine del millennio dalla Schema Records, e grazie ad uno dei siti di e-commerce della rete è finalmente entrato nella mia collezione.
La cosa curiosa è che temevo di rimanerne delusa: pensavo che fosse il ricordo e la difficoltà della ricerca ad averlo reso speciale.
Invece no. Le sensazioni che mi sono portata dietro per mezzo secolo, suscitate dal fugace ascolto di una singola traccia, hanno avuto conferma al momento dell’ascolto: mi è sembrato bello esattamente come lo ricordavo.
Forse è questo il regalo più grande che la musica ci fa. Conserva intatte emozioni che credevamo perdute e, ogni tanto, ci restituisce una parte di noi che pensavamo di aver lasciato da qualche parte, magari in un negozio di dischi, con un paio di cuffie sulle orecchie e un pomeriggio d’estate ancora tutto da vivere.
Recentemente l’ho trovato anche su youtube: buon ascolto!
L’immagine del titolo è di Mr Cup / Fabien Barral Creative Commons CC0
