Ci sono canzoni che raccontano un luogo. E poi ce ne sono altre che trasformano un luogo in uno stato dell’anima. Sicily appartiene a questa seconda categoria.
Ascoltare Sicily quando si ha un’anima nutrita di nostalgia non significa semplicemente mettere su una canzone. Significa intraprendere un viaggio di ritorno verso un luogo in cui, forse, non siamo mai stati e che, tuttavia, sentiamo profondamente nostro.
Pubblicata nel 1993 nell’album Che Dio ti benedica, Sicily nasce dall’incontro tra Pino Daniele e Chick Corea. Ma per comprenderne fino in fondo la forza emotiva bisogna tornare indietro di quindici anni.
Nel 1978 Corea aveva inciso Sicily per l’album Friends. Era un brano interamente strumentale: una fast samba luminosa e travolgente, sostenuta dalla batteria di Steve Gadd e dal basso di Eddie Gomez. Il pianoforte di Corea correva con energia contagiosa, quasi a raccontare una terra osservata con gli occhi della giovinezza: viva, abbagliante, piena di movimento.
Quando Pino Daniele decide di riprendere quel tema, accade qualcosa di sorprendente. Il tempo si dimezza. La samba si posa, rallenta e diventa una ballata sospesa. Bastano pochi battiti in meno perché cambi completamente il significato del brano: non siamo più dentro il ricordo mentre nasce, ma nel momento in cui lo riviviamo.
È una trasformazione quasi miracolosa.
La Sicily di Pino Daniele non racconta una terra geografica. Racconta uno stato d’animo. Non ci sono cartoline né folklore: c’è quella malinconia tutta mediterranea, fatta di luce accecante e ombre profonde, di mare aperto e silenzi. Una malinconia che assomiglia molto alla saudade portoghese: il desiderio di qualcosa che forse non abbiamo mai posseduto davvero.
Le prime note del pianoforte di Chick Corea cadono leggere, come riflessi di luce sulla pietra scaldata dal sole. Il tempo sembra fermarsi. Poi entra la chitarra di Pino, pulita, discreta, quasi trattenuta. Infine arriva la sua voce, che più che cantare respira. È il suo inconfondibile vocalese: poche parole, qualche sillaba, ma un’intensità capace di dire ciò che il linguaggio non riesce a esprimere.
La grandezza di questo brano nasce proprio dall’incontro di due sensibilità. Corea porta con sé l’eleganza del jazz, il gusto per gli spazi e per i silenzi; Pino Daniele risponde con un blues profondamente napoletano, caldo e viscerale, in cui convivono dolcezza e malinconia. Nessuno dei due prevale sull’altro. Si ascoltano, si rincorrono, si lasciano spazio.
Il momento più emozionante arriva quando la melodia del pianoforte viene doppiata all’unisono dalla chitarra di Pino e dalla sua voce in scat. È un piccolo prodigio musicale: tre strumenti diversi sembrano respirare insieme, fino a fondersi in un’unica linea melodica. Una precisione quasi invisibile, che all’ascoltatore arriva con la naturalezza di un respiro.
Anche il pianismo di Corea cambia profondamente rispetto alla versione del 1978. Le cascate di note lasciano il posto ad accordi sospesi, ricchi di tensioni armoniche. Ogni nota viene lasciata vibrare, ogni silenzio acquista un significato. È un modo di suonare che non cerca di riempire lo spazio, ma di renderlo abitabile.
Forse è proprio questo il motivo per cui Sicily continua a commuovere dopo tanti anni. Non cerca di consolare. Accetta la malinconia e la trasforma in bellezza. Ci ricorda che tutto passa, ma anche che ciò che abbiamo vissuto – o perfino soltanto immaginato – continua a vivere dentro di noi.
Quando il brano si avvia alla conclusione non c’è alcuna esplosione finale. Si allontana lentamente, come la scia di una barca sul mare o un pensiero che svanisce al risveglio. Rimane soltanto quel lieve nodo alla gola che lasciano le opere più sincere: non la tristezza, ma la gratitudine per aver sfiorato, anche solo per pochi minuti, qualcosa di profondamente umano.
Confrontare le due versioni di Sicily è un piccolo esercizio di memoria. Se quella del 1978 è la Sicilia delle due del pomeriggio – il sole che abbaglia, il movimento, la vita – quella del 1993 è la stessa terra osservata al tramonto, molti anni dopo, da una finestra aperta sul mare.
Le note sono le stesse. È cambiato soltanto il tempo.
Ed è bastato rallentarne il battito per trasformare un’esplosione di energia in una delle pagine più poetiche dell’intera carriera di Pino Daniele.
La foto del titolo è di Matricole, Licenza CC-BY-SA
