Oggi si apre, puntuale come un rito collettivo, il Festival di Sanremo. La grande abbuffata della musica italiana, contornata dalle solite, inevitabili polemiche – quasi sempre più televisive che musicali.
Lo seguo da anni con un’attenzione progressivamente scemante. Non per snobismo, ma per una sensazione precisa: che la musica, quella fatta di scrittura, armonia, struttura, stia diventando marginale rispetto al contenitore. Da “Festival della Canzone Italiana” sembra essersi trasformato in un grande varietà, dove l’ospite internazionale, il monologo, il momento virale pesano più della qualità intrinseca del brano in gara.
Sarà l’età, o forse una nostalgia strutturale. Ma ricordo quando l’attenzione era rivolta alla canzone come oggetto musicale. Fino ai primi anni ’70 i brani venivano eseguiti da due interpreti diversi: una scelta quasi pedagogica, che cercava di separare la composizione dall’interpretazione, per capire se la canzone reggesse anche cambiando voce, intenzione, timbro. Era un modo intelligente di mettere al centro la scrittura.
Per chi ama la musica più del contorno, quel modello aveva qualcosa di profondamente rispettoso.
Uno dei momenti che porto con me è l’edizione del 1968. Un anno ancora segnato dall’ombra della scomparsa di Luigi Tenco. In quel clima salì sul palco dell’Ariston Louis Armstrong. “Satchmo” propose Mi va di cantare in chiave dixieland, in coppia con Lara Saint Paul.
Non era solo una presenza scenica: era un cambio di linguaggio. Il fraseggio swing, l’elasticità ritmica, quella tromba che sembrava sorridere. Il brano acquistava una dimensione internazionale, quasi liberata dalla rigidità melodica tipica della canzone sanremese dell’epoca. Il pubblico era in delirio. E si racconta che fu Pippo Baudo, al suo primo Festival, a doverlo fermare perché Armstrong non voleva lasciare il palco.
Ancora più rivelatrice, per me, l’edizione del 1990. Toto Cutugno portava in gara Gli amori, in coppia con Ray Charles.
Ma quando Ray la trasformò in Good Love Gone Bad, il brano cambiò pelle. L’accento ritmico diventava più marcato, l’armonia si faceva più soul, il pianoforte dialogava con la voce invece di sostenerla soltanto. Il fraseggio di Charles spostava l’asse emotivo: meno declamazione melodica, più tensione interna, più “blue note”. Non era semplicemente un’altra interpretazione. Era un’altra identità musicale.
Ed è qui il punto: una canzone non è solo melodia e testo. È architettura armonica, è scelta timbrica, è respiro ritmico. L’arrangiamento non è un vestito: è una seconda composizione. L’interpretazione non è decorazione: è rivelazione.
Forse oggi Sanremo riflette semplicemente l’industria musicale contemporanea, dove l’impatto immediato conta più della durata, e dove la performance visiva compete con quella sonora. Ma quando la musica diventa cornice dello spettacolo, qualcosa si sposta. Non sparisce: si decentra.
Sanremo è sempre Sanremo.
La domanda, forse, è un’altra: la canzone è ancora al centro?
