Ascoltare It’s On dal vivo è come entrare in una stanza dove quattro musicisti non stanno “suonando”, ma stanno vivendo lo stesso momento. Non c’è distanza, non c’è posa: c’è un flusso che nasce lì, davanti a te, e che non potrebbe esistere in nessun altro modo.
George Duke, al Fender Rhodes, è una presenza calda, quasi affettuosa. E qui non posso fingere distacco: io il Rhodes lo amo alla follia. Quel suono morbido, elettrico ma umano, leggermente imperfetto, per me è casa. Nel live di It’s On il Rhodes non è solo uno strumento: è una voce emotiva, vellutata, che avvolge senza mai stringere troppo. Duke lo fa respirare, lo accarezza, lo lascia vibrare come un pensiero che non ha fretta di diventare parola.
Il suo modo di suonare sembra dire “resta”. Ogni frase è un invito, ogni pausa uno spazio sicuro. Non c’è bisogno di dimostrare nulla, solo di essere presenti.
La chitarra di Lee Ritenour si muove con discrezione, come una luce laterale. Non interrompe mai il clima, lo sostiene. Dal vivo sembra seguire più l’umore che la struttura, come se ascoltasse prima di scegliere dove posarsi.
Marcus Miller è il battito profondo sotto tutto questo. Il suo basso non spinge, contiene. Ti tiene nel corpo, nel qui e ora, con un groove che non chiede movimento ma presenza.
E Vinnie Colaiuta, alla batteria, sembra ascoltare tanto quanto suona. Ogni colpo è una risposta, ogni silenzio una scelta. Nel live la sua batteria racconta ciò che accade tra i musicisti, non solo ciò che accade nel tempo.
It’s On dal vivo non è un disco da studiare. È un momento da abitare.
E per me, dentro quel suono caldo di Rhodes, c’è qualcosa di profondamente familiare: la sensazione che la musica possa essere un luogo, non solo un linguaggio.
